I corridoi umanitari per i rifugiati

Una best practice promossa dalla Comunità di Sant’Egidio.

La mattina del 3 settembre 2015 l’opinione pubblica mondiale fu scossa da una fotografia scattata sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, dove sul bagnasciuga giaceva inerme il piccolo Alan Kurdi, bimbo siriano di 3 anni, fuggito dalla guerra, annegato in mare il giorno precedente mentre con la famiglia tentava di raggiungere l’Europa. Quell’immagine divenne l’icona del dramma dei profughi siriani, costretti a traversate disperate di tratti di Mediterraneo, per raggiungere la Grecia o l’Italia. Come Alan, tanti erano morti, migliaia solo i bambini, e tanti avrebbero subito la stessa sorte dopo di lui.

La Comunità di Sant’Egidio, che da molti anni accoglieva rifugiati e lavorava nel campo dell’integrazione degli immigrati, decise che non si poteva restare indifferenti, né cedere all’idea che fosse impossibile impedire quei pericolosi viaggi in mare. Attraverso una collaborazione ecumenica con la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e la Tavola Valdese, definì il progetto dei corridoi umanitari, che fu presentato al governo italiano per la sua implementazione. Il Protocollo d’intesa firmato dai Ministeri degli Esteri e dell’Interno, con Sant’Egidio, evangelici e valdesi, nel dicembre 2015, ha permesso l’avvio del programma, con una prima quota di 1000 visti concessi a persone in stato di vulnerabilità.

Il primo corridoio umanitario attivato è quello dal Libano, che riguarda soprattutto siriani, mentre sono previsti corridoi anche da Etiopia (per eritrei, somali e sudanesi) e Marocco (per chi proviene da paesi subsahariani interessati da guerra civile e violenza diffusa). Nel mese di febbraio 2016 sono giunti all’aeroporto di Fiumicino, in totale sicurezza, i primi siriani beneficiari dei corridoi. Ad oggi, il programma ha permesso l’arrivo di oltre 800 rifugiati, quasi tutti siriani, qualche famiglia irachena, circa la metà bambini. Molti nella necessità di cure mediche, che possono ricevere in Italia, mentre non sarebbero stati curati nei campi profughi in Libano. Alcuni hanno avuto salva la vita grazie alle cure, sarebbero morti altrimenti. Tutti hanno potuto iniziare una nuova vita.
I corridoi umanitari hanno ricevuto una grande attenzione mediatica perché sono una best practise che coniuga sicurezza per i rifugiati, non più costretti ad affidarsi ai trafficanti di uomini per pericolosi viaggi sui barconi, e sicurezza per i paesi ospitanti, che possono identificare in anticipo coloro che entrano nel territorio nazionale. Inoltre, i corridoi mostrano che una via diversa è possibile e che l’Europa, terra del diritto, non è condannata ad assistere impotente alla morte in mare di tanti uomini, donne e bambini che fuggono dalla guerra e cercano un futuro vivibile.

Alcuni Stati europei hanno già seguito l’esempio italiano e firmato con la Comunità di Sant’Egidio protocolli per l’avvio di corridoi umanitari. La Repubblica di San Marino è stata la prima, poi la Francia. Il Vaticano ha contribuito, per i rifugiati che Papa Francesco ha riportato con sé nella sua visita all’isola greca di Lesbo. Altri paesi, come la Spagna e la Germania, hanno manifestato interesse.
Per coloro che arrivano con i corridoi umanitari, si apre poi il tempo dell’integrazione. Il progetto, infatti, non si limita all’individuazione delle persone più vulnerabili e all’organizzazione dei viaggi aerei e dell’accoglienza, ma accompagna chi giunge in Italia in un percorso d’integrazione. Innanzitutto, la lingua, chiave indispensabile per vivere in un paese: i bambini vengono subito iscritti alla scuola pubblica, mentre agli adulti sono offerti corsi gratuiti d’italiano. Poi la creazione di reti di solidarietà attorno ai nuclei familiari, perché nessuno sia lasciato solo. L’esperienza dei corridoi umanitari ha fatto emergere un grande slancio di solidarietà degli italiani: ha preso forma una vera e propria gara all’accoglienza, con tantissime famiglie, associazioni, parrocchie, che si sono offerte per ospitare. Ben oltre le aspettative iniziali.

L’integrazione è una frontiera su cui la Comunità di Sant’Egidio opera da molto tempo. Andrea Riccardi, anche attraverso la sua attività di storico, ha descritto una società del convivere in cui persone di cultura, fede religiosa e provenienza diversa sono le une accanto alle altre, in maniera pacifica, senza barriere. Il lavoro della Comunità di Sant’Egidio con i migranti e i rifugiati segue l’indicazione evangelica dell’ospitalità e si fonda sulla convinzione che sia possibile vivere insieme tra diversi, e che sia anzi l’unica strada in un mondo globale e sempre più meticcio, per garantire la pace e il futuro.