Freedom Manifesto

Noi qui si parla di manifesto per designare un dispositivo grafico di lunga tradizione metropolitana: una piattaforma espressiva – un medium e dunque un messaggio – che copre ogni superficie in grado di essere visibile al più alto numero di passanti. Una immagine situata nella vita quotidiana delle pareti esterne dell’abitare. La sua origine è dunque nel salto di qualità che le forme di comunicazione pubblica hanno avuto in sintonia con la crescita della società di massa a seguito della prima civilizzazione industriale e dunque con l’avvento del mondo iper-urbano delle merci e dell’informazione. Il manifesto ha quindi avuto il suo concepimento nel soggetto moderno. Ha avuto il suo tempo più specifico – il suo progresso – nella vita tardo-ottocentesca e primo-novecentesca come strumento di pubblicità commerciale e di persuasione sociale. Per il pensiero liberal-progressista – così come per quello rivoluzionario e/o conservatore, reazionario e/o dittatoriale (mi si lasci passare l’estrema ambiguità di tutte queste distinzioni) – ha funzionato grazie alla potenza del disegno (in grado di assoggettare alla mano anche la fotografia) e ha coperto i grandi vuoti che il libro illustrato, la stampa e persino la società dello spettacolo non riuscivano più a coprire prima che crescessero sensibilmente i grandi flussi di comunicazione della radio, del cinema e della televisione. La “gloriosa” esperienza razionalista dello strumentalismo comunista, socialista e democratico si è fondata sui significati, pratiche e obiettivi attribuiti al design nel senso di progetto moderno. Le ragioni del progressivo declino del manifesto, sia esso espressione di libertà oppure di dominio, vanno dunque trovate nell’effetto congiunto tra la concorrenza subita a ragione della crescita dei media familiari e domestici – ora anche delle reti, in cui abbondano forme d’espressione grafica “affisse” sulle interfaccia digitali – e a un livello ancora più sostanziale e determinante la crisi del progetto moderno (del design appunto) a fronte della progressiva sempre più forte complessità degli stessi processi di socializzazione che ne avevano costituito le basi e l’utopia.

 

L’evento-mostra per cui qui sto scrivendo è evidentemente ispirato non tanto dalla crisi di visibilità del manifesto, annunciata o avvenuta che sia, ma dall’aura che avvolge le sue fasi espressivamente più felici, il suo potere di fascinazione e la sua capacità di sopravvivenza culturale sino ad oggi. In una parola il suo mito. Credo anche io che valga la pena di riflettere sulla potenza e non sulla debolezza dello strumento in questione. Soprattutto, a mio avviso, sulla natura etica-estetica-politica attribuita al mezzo in virtù di motivi storici e ideologici che si stanno invece rivelando sempre più instabili, controversi e in conflitto tra loro. Risalendo all’etimologia della parola manifesto (manus e -fest) ci si imbatte nel radicale -fend, quello di verbi come offendere e anche infestare. E segue una serie di rimandi a battere, toccare, colpire, ferire. Sorprendere, prendere sul fatto, scoprire. E ancora: evidenziare, manifestare. E manifestazione (ciò che oggi basta un clic sul computer per accendere nella realtà). Pur forse falsando un poco l’etimo, si arriva anche a fendere, dividere su opposti fronti, spaccare. Insomma troviamo la prova di ogni possibile applicazione, funzione, del manifesto ma a prezzo di mettere allo scoperto, insieme alla sua efficacia, anche tutta la sua inquietante ambivalenza. Che emerge anche nello sviluppo della parola manifesto in avviso e quindi nel legame tra avvertenza e vertenza. Oppure tra monito e monitorare (distinzione che tuttavia ha in comune l’azione di monitorare, controllare, oggi sovrana nella società delle reti).

 

Ai visitatori della mostra viene posta la domanda “can a poster change the world?”, seguita da un titolo d’ampio raggio tematico: “comunicazione visiva e utopia del possibile”. Non si tratta quindi di celebrazione ma di una verifica. Per me significa verificare se il manifesto possa essere ancora uno strumento adeguato al presente. Uno strumento adeguato allo svanire della civiltà urbana, alla scomparsa dei passanti per i quali è nato, e di contro ai migranti reali o virtuali che ne stanno prendendo il posto. In definitiva verificare proprio quanto possa sussistere alla insignificanza delle utopie. Seguendo la ben nota formula di McLuhan, in apertura ho detto che il manifesto è un medium e dunque un messaggio. Non tanto un veicolo di informazioni neutro ma un patto comunicativo subliminale, quindi obbligato, perché strutturato dalla dialettica a sorpresa che il dispositivo in sé scatena tra distrazione e attenzione ottica del passante. Vale a dire che – nella sua frontalità, invasività e sordità rispetto allo sguardo della persona “che passa”, rispetto alla sua momentanea situazione psicofisica e territoriale – il manifesto possiede una potenza ancora più forte delle immagini che pro-pone. Una energia a sé stante, intrusiva, riverbera nel suo strategico gioco di significanti tra figura e figura. Tanto più tra figure e scrittura. Per me, allora, la questione da sciogliere ai fini di una verifica della attualità del manifesto e del suo futuro sta tutta nel riflettere sulla sua qualità di monito: sul suo deliberato intento di fornire una segnaletica. In sostanza fornire regole. Anche quando – e non sono mancati i casi – si esprima contro le regole: la mossa più abile o scellerata, astutamente post-moderna, che tuttavia mette a nudo il fatto per cui ad essere impossibili – qui e ora, nella oggettiva fine di ogni umanesimo che pure ancora ci abita e abitiamo – non sono le regole ma ogni presupposto storico e sociale che ne è stato e continua ad esserne il fondamento. Non credo che sia immotivata la mia attenzione alla piega catastrofica che si rivela oggettivamente nello stesso globale oltrepassamento delle dinamiche sociali e dei valori del capitalismo storico. Nella permutazione post-umana dello sviluppo tecnologico. Dei fini della tecnica in quanto desiderio. Le regole impartite sino ad oggi dalla occidentalizzazione del mondo e tanto più ora nel punto di sua massima crisi si sono basate – contro ogni evidenza contraria – su una verità sempre uguale a se stessa: i valori giudaico-cristiani del Rinascimento. L’ideologia umanista di un soggetto umano libero, esclusivo e sovrano sul mondo in quanto dotato di facoltà di linguaggio a differenza di ogni altro essere o altra cosa vivente, ha dato forma al corpo sociale e all’insieme dei suoi individui, al loro singolo corpo. Si è trattato di una verità che ha strumentalmente oscurato nella natura dell’essere umano la sua irredimibile necessità di sopravvivenza, volontà di potenza, violenza. Una verità, dunque, che ha occultato e occulta sistematicamente il dolore che i corpi della società producono sulla carne di se stessi e degli altri da sé.

 

Ed è qui che conviene tornare alla parola design: che altro se non punti e linee che vadano a comporre corpi? Ma sono fatte ancora di corpi – individui o gruppi o ceti o collettività o istituzioni – le esperienze da regolare? Cui fornire una regola? Bastano i punti e le linee della modernità pur già da tempo consumate dalle avanguardie storiche? Il traffico di passioni e desideri umani è sempre più composto di un mondo in cui è la carne espansa a vivere di contatti e collassi continuamente discontinui. Sarebbe una bella sfida per il manifesto riuscire almeno a rappresentare senza vie di fuga la morte di ciò per cui è riuscito a nascere e così a lungo vivere. Ma a questo scopo dovrebbe rinunciare al proprio nome: non è il tempo – in questo finale d’epoca senza più epoche – per manifestare nuovi antidoti alla crisi dei valori della civilizzazione o della barbarie umana. È il tempo – tempo paradossale – della redenzione delle singole persone a fronte delle azioni che sono costrette a compiere restando al servizio dei corpi in cui restano obbligate a vivere per necessità di sopravvivenza. Il manifesto storico – con tutte le sue appendici tardo-moderne e post-moderne – è stato lo strumento di persuasione o dissuasione di soggetti sociali individuati nel loro ruolo politico e professionale. Ora dovrebbe aprirsi la fase di una comunicazione attenta alla vocazione delle persone, al senso rimosso della vita vissuta piuttosto che alla professione alla quale essa stessa ci costringe. A questo scopo la comunicazione pubblica – così pure il manifesto affisso sulle pareti della città – sembra davvero poco adatta. Forse sono più propizie le modalità dialogiche che a volte riescono a emergere nei social media.

 

Alberto Abruzzese