CAGLIARI – LAZZARETTO
1.11 / 18.11. 2018
MOSTRA A CURA DI
FULVIO CALDARELLI
ARMANDO MILANI
MAURIZIO ROSSI

MOSTRA

EXHIBITION

FREEDOM MANIFESTO

di Alberto Abruzzese

Noi qui si parla di manifesto per designare un dispositivo grafico di lunga tradizione metropolitana: una piattaforma espressiva – un medium e dunque un messaggio – che copre ogni superficie in grado di essere visibile al più alto numero di passanti. Una immagine situata nella vita quotidiana delle pareti esterne dell’abitare. La sua origine è dunque nel salto di qualità che le forme di comunicazione pubblica hanno avuto in sintonia con la crescita della società di massa a seguito della prima civilizzazione industriale e dunque con l’avvento del mondo iper-urbano delle merci e dell’informazione. Il manifesto ha quindi avuto il suo concepimento nel soggetto moderno. Ha avuto il suo tempo più specifico – il suo progresso – nella vita tardo-ottocentesca e primo-novecentesca come strumento di pubblicità commerciale e di persuasione sociale. Per il pensiero liberal-progressista – così come per quello rivoluzionario e/o conservatore, reazionario e/o dittatoriale (mi si lasci passare l’estrema ambiguità di tutte queste distinzioni) – ha funzionato grazie alla potenza del disegno (in grado di assoggettare alla mano anche la fotografia) e ha coperto i grandi vuoti che il libro illustrato, la stampa e persino la società dello spettacolo non riuscivano più a coprire prima che crescessero sensibilmente i grandi flussi di comunicazione della radio, del cinema e della televisione.

 

La “gloriosa” esperienza razionalista dello strumentalismo comunista, socialista e democratico si è fondata sui significati, pratiche e obiettivi attribuiti al design nel senso di progetto moderno. Le ragioni del progressivo declino del manifesto, sia esso espressione di libertà oppure di dominio, vanno dunque trovate nell’effetto congiunto tra la concorrenza subita a ragione della crescita dei media familiari e domestici – ora anche delle reti, in cui abbondano forme d’espressione grafica “affisse” sulle interfaccia digitali – e a un livello ancora più sostanziale e determinante la crisi del progetto moderno (del design appunto) a fronte della progressiva sempre più forte complessità degli stessi processi di socializzazione che ne avevano costituito le basi e l’utopia.

 

L’evento-mostra per cui qui sto scrivendo è evidentemente ispirato non tanto dalla crisi di visibilità del manifesto, annunciata o avvenuta che sia, ma dall’aura che avvolge le sue fasi espressivamente più felici, il suo potere di fascinazione e la sua capacità di sopravvivenza culturale sino ad oggi. In una parola il suo mito. Credo anche io che valga la pena di riflettere sulla potenza e non sulla debolezza dello strumento in questione. Soprattutto, a mio avviso, sulla natura etica-estetica-politica attribuita al mezzo in virtù di motivi storici e ideologici che si stanno invece rivelando sempre più instabili, controversi e in conflitto tra loro. Risalendo all’etimologia della parola manifesto (manus e -fest) ci si imbatte nel radicale -fend, quello di verbi come offendere e anche infestare. E segue una serie di rimandi a battere, toccare, colpire, ferire. Sorprendere, prendere sul fatto, scoprire. E ancora: evidenziare, manifestare. E manifestazione (ciò che oggi basta un clic sul computer per accendere nella realtà). Pur forse falsando un poco l’etimo, si arriva anche a fendere, dividere su opposti fronti, spaccare. Insomma troviamo la prova di ogni possibile applicazione, funzione, del manifesto ma a prezzo di mettere allo scoperto, insieme alla sua efficacia, anche tutta la sua inquietante ambivalenza. Che emerge anche nello sviluppo della parola manifesto in avviso e quindi nel legame tra avvertenza e vertenza. Oppure tra monito e monitorare (distinzione che tuttavia ha in comune l’azione di monitorare, controllare, oggi sovrana nella società delle reti).

 

Ai visitatori della mostra viene posta la domanda “can a poster change the world?”, seguita da un titolo d’ampio raggio tematico: “comunicazione visiva e utopia del possibile”. Non si tratta quindi di celebrazione ma di una verifica. Per me significa verificare se il manifesto possa essere ancora uno strumento adeguato al presente. Uno strumento adeguato allo svanire della civiltà urbana, alla scomparsa dei passanti per i quali è nato, e di contro ai migranti reali o virtuali che ne stanno prendendo il posto. In definitiva verificare proprio quanto possa sussistere alla insignificanza delle utopie. Seguendo la ben nota formula di McLuhan, in apertura ho detto che il manifesto è un medium e dunque un messaggio. Non tanto un veicolo di informazioni neutro ma un patto comunicativo subliminale, quindi obbligato, perché strutturato dalla dialettica a sorpresa che il dispositivo in sé scatena tra distrazione e attenzione ottica del passante. Vale a dire che – nella sua frontalità, invasività e sordità rispetto allo sguardo della persona “che passa”, rispetto alla sua momentanea situazione psicofisica e territoriale – il manifesto possiede una potenza ancora più forte delle immagini che pro-pone. Una energia a sé stante, intrusiva, riverbera nel suo strategico gioco di significanti tra figura e figura. Tanto più tra figure e scrittura. Per me, allora, la questione da sciogliere ai fini di una verifica della attualità del manifesto e del suo futuro sta tutta nel riflettere sulla sua qualità di monito: sul suo deliberato intento di fornire una segnaletica. In sostanza fornire regole.

 

Anche quando – e non sono mancati i casi – si esprima contro le regole: la mossa più abile o scellerata, astutamente post-moderna, che tuttavia mette a nudo il fatto per cui ad essere impossibili – qui e ora, nella oggettiva fine di ogni umanesimo che pure ancora ci abita e abitiamo – non sono le regole ma ogni presupposto storico e sociale che ne è stato e continua ad esserne il fondamento. Non credo che sia immotivata la mia attenzione alla piega catastrofica che si rivela oggettivamente nello stesso globale oltrepassamento delle dinamiche sociali e dei valori del capitalismo storico. Nella permutazione post-umana dello sviluppo tecnologico. Dei fini della tecnica in quanto desiderio. Le regole impartite sino ad oggi dalla occidentalizzazione del mondo e tanto più ora nel punto di sua massima crisi si sono basate – contro ogni evidenza contraria – su una verità sempre uguale a se stessa: i valori giudaico-cristiani del Rinascimento. L’ideologia umanista di un soggetto umano libero, esclusivo e sovrano sul mondo in quanto dotato di facoltà di linguaggio a differenza di ogni altro essere o altra cosa vivente, ha dato forma al corpo sociale e all’insieme dei suoi individui, al loro singolo corpo. Si è trattato di una verità che ha strumentalmente oscurato nella natura dell’essere umano la sua irredimibile necessità di sopravvivenza, volontà di potenza, violenza. Una verità, dunque, che ha occultato e occulta sistematicamente il dolore che i corpi della società producono sulla carne di se stessi e degli altri da sé.

Ed è qui che conviene tornare alla parola design: che altro se non punti e linee che vadano a comporre corpi? Ma sono fatte ancora di corpi – individui o gruppi o ceti o collettività o istituzioni – le esperienze da regolare? Cui fornire una regola? Bastano i punti e le linee della modernità pur già da tempo consumate dalle avanguardie storiche? Il traffico di passioni e desideri umani è sempre più composto di un mondo in cui è la carne espansa a vivere di contatti e collassi continuamente discontinui. Sarebbe una bella sfida per il manifesto riuscire almeno a rappresentare senza vie di fuga la morte di ciò per cui è riuscito a nascere e così a lungo vivere. Ma a questo scopo dovrebbe rinunciare al proprio nome: non è il tempo – in questo finale d’epoca senza più epoche – per manifestare nuovi antidoti alla crisi dei valori della civilizzazione o della barbarie umana. E’ il tempo – tempo paradossale – della redenzione delle singole persone a fronte delle azioni che sono costrette a compiere restando al servizio dei corpi in cui restano obbligate a vivere per necessità di sopravvivenza. Il manifesto storico – con tutte le sue appendici tardo-moderne e post-moderne – è stato lo strumento di persuasione o dissuasione di soggetti sociali individuati nel loro ruolo politico e professionale. Ora dovrebbe aprirsi la fase di una comunicazione attenta alla vocazione delle persone, al senso rimosso della vita vissuta piuttosto che alla professione alla quale essa stessa ci costringe. A questo scopo la comunicazione pubblica – così pure il manifesto affisso sulle pareti della città – sembra davvero poco adatta. Forse sono più propizie le modalità dialogiche che a volte riescono a emergere nei social media.

Here, when we say poster we mean a graphic device with a long metropolitan pedigree: an expressive platform – a medium and thus a messge – which covers any surface visible to the highest number of passersby. An image to be found in the daily life of the exterior walls of our living space. Its origin is thus in the qualitative leap which forms of public communication have taken, alongside the growth of mass society, following the first industrial civilisation and, therefore, alongside the advent of the hyper-urban world of goods and information.

 

The poster therefore was conceived as part of modernity. It experienced its more specific moment – its progress – in late nineteenth and early twentieth century life as an instrument of publicity and social persuasion. For liberal-progressive thought – and revolutionary and/or conservative, reactionary and /or dictatorial thought (I must be forgiven the extreme ambiguity of all these distinctions) – the poster worked thanks to the power of design (able to subjugate photography too) and affronted those large spaces that the illustrated book, the press and even the world of entertainment were not able to take on before the great communicative stream, the radio, the cinema and television, came to grow appreciably.

 

The “glorious” rational experience of comunist, socialist and democratic exploitation was founded on meanings, practices and objectives attributed to the design in the sense of project for modernity. The reasons for the progressive decline of the poster, as both an expression of freedom – or domination – are to be seen therefore in the combined effect of competition undergone with the growth in family and domestic media – to which we should now add that of networking, in which forms of graphic expression “fixed” on to the digital interface, abound – and at an even greater and more vital level, the crisis of the modern project (of design itself) as against the progressive, increasingly stronger complexity of the same processes of socialisation which were its starting point and its Utopia.

 

The exhibition-event I am writing about is clearly inspired not so much by the crisis in visibility of the poster, whether foretold or achieved, but by the aura that envelopes its expressly happiest phases, its power of fascination and its ability to survive culturally up to the present day. Basically the myth behind the object.

 

I too believe that it is worthwhile to reflect upon the power and not the weakness of the instrument in question. Above all, a reflection concerning the ethical-aesthetic-political nature attributed to it in virtue of historical and ideological motives which are proving increasingly unstable, controversial and in conflict with each other. Tracing the etymology of the word manifesto (manus and –fest) we come across the root –fend, that of verbs like offend and even infest.

 

And following this, a series of references to do with beating, touching, hitting, wounding. Surprising, catching in the act, discovering. And more: highlighting, to manifesting. And manifestation (that which today is just a click on the computer is). Though forcing somewhat the etymon, we arrive at fendere, (cleave, split) divide into opposite fronts, crack. In short, we find proof of every possible application, function, of the poster but at the cost of unearthing, together with its efficacy, also all its disquieting ambivalence. Which emerges also in the transformation of the word manifesto into admonition and thus in the connection between warning and dispute. Or between admonition and monitoring (a distinction, however, which has in common the action of monitoring, checking, of supreme importance today in our networked society).

 

Visitors to the exhibition are asked the question “can a poster change the world?”,followed by a title of wide ranging thematic scope: “visual comunication and Utopia of the possible”. Therefore we are not dealing with a celebration, but rather a verification. I feel that it means verifying if the poster can still be adequate in the present. An instrument adequate to a vanishing urban civilisation, the disappearnce of passersby for whom it was intended, and on the other hand, the real or virtual migrants who are are taking their place. Fundamentally, verifying how much it can validate the insignificance of Utopias.

 

In accordance with McLuhan’s well-known formula, at the beginning, I said that the poster is a medium and therefore a message. Not so much a vehicle of neutral information but rather a subliminal – thus obligatory – comunicative pact, because it is structured around surprise dialectics that the device itself unleashes between the optical distraction and attention on the part of the passerby. This means that – in its frontality, invasiveness and deafness with respect to the glance of the person “passing by”, with respect to his momentaneous psycho-physical and territorial situation – the poster possesses an even stronger power than the images it offers us. An energy in itself, intrusive, reverberates in its strategic game of meanings between figure and figure. Even more so between figure and writing. So for me, the question to address with the aim of verifying the actuality of the poster and its future, is all about reflecting on its capcity for admonition: its deliberate intention – to signal a way forward. Basically, supplying rules.

 

Even when – and there have been examples – it is against the rules: the most able or villainous move, astutely postmodern, which, however, sheds light on the fact that what is impossible .- here and now, in the objective end of every humanism which still inhabits us and which we inhabit – is not the rules but any historical and social assumption which has been, and continues to be, their foundation. I do not believe that my fear of the catastrophic turn revealing itself in the global overshoot of social dynamics and the values of historical capitalism, is groundless. In the post-human exchange of technological development. The end of the technical, as a desire.

 

The rules imparted so far by the westernization of the world and even more so now, during its worst crisis, are based – as opposed to every proof to the contrary – on a truth always equal to itself: the Judaic-Christian values of the Renaissance. The humanist ideology of a free human individual, exclusive and sovereign over the world, since endowed with the capacity for language, as opposed to every other being or anything living, has given shape to the social corpus and the individuals composing it, and to their single body. This is a truth which has instrumentally concealed, in the nature of the human being, his irredeemable need for survival, will to power, violence. Thus, a truth which has concealed and conceals systematically the pain which the bodies of society procure for their own, and others’, flesh.

 

And here we should return to the word design: what else if not points and lines which go to make up bodies? But are the experiences to regulate also made up of bodies – individuals or groups or classes or collectives or institutions ? For which we have to invent a formula? Are the points and lines of modernity enough – that modernity which for some time now has been consumed by the historical avant-gardes? The traffic of human passions and desires is increasingly a world in which flesh extends to living with continuously discontinuous contacts and collapses. It would be quite a challenge for the poster to be able at least to represent – with all bridges burnt – the death of that it was born for and for which it has lived so long for.

 

But in this sense, the poster should drop its own name: it is not the time – at the end of an epoch with no other epochs to come – to manifest new antidotes to the crisis of human civilisational values or human barbarities. It is the time – paradoxically – for redemption of single people in the face of actions they are compelled to carry out while remaining in the service of bodies they are obliged to live in, necessarily, to survive. The historical poster – with all its late-modern and postmodern appendages – was the instrument of persuasion or dissuasion of social subjects singled out in their political and professional role. Now what should be opening up is the phase of a comunication interested in the vocation of people, the removed sense of life lived rather than the profession it itself forces upon us. With this in mind, public comunication – as well as the poster on the walls of the city – seems far from appropriate. Perhaps the dialogical modalities , which are at times able to emerge in social media, would be more propitious.